
Fuori tempo
Non sarebbe tempo di scrivere articoli su blog, questo; e in particolare, non sarebbe tempo di scrivere a proposito di certe cose, per me. Ma la verità è che il mio scrivere su questo blog è solo un’altra maniera di scrivere ad una persona; al massimo, in certe occasioni, una manciata. Stasera, invece, scrivo per me. E preciso, a scanso di equivoci, che oggi non sono uscito di casa manco per gettare l’immondizia.
E così, dopo la rinuncia da parte di Benedetto XVI alla sua visita per l’inaugurazione dell’anno accademico de “La Sapienza”, dopo il teatrino della presunta “alta tensione” ai cancelli dell’ateneo, s’è raramente fatto a meno, qui e in altri lidi, di esternare le proprie più o meno interessanti considerazioni. Senonché difficilmente riesce, al sottoscritto, di operare distinguo tra il contesto e il particolare, e men che meno in un momento come questo; per cui, fondendo tutti i cosiddetti piani della mia personalità, m’è capitato di fermarmi a vedere (e non a pensare a!) tutti i particolari che sono saltati fuori, in un modo o nell’altro, intrecciandoli con certi fatti miei personali. E ho visto (ancora, non pensato) che in fondo quelle questioni, davvero, non contano.
Non conta l’evidente provocazione del rettore di invitare Papa Benedetto XVI all’inaugurazione dell’anno accademico. Non conta chi sia davvero, Papa Benedetto XVI, e non contano nemmeno tutte le panzane che ci vengono propinate attraverso i mezzi d’informazione. Apprendo con divertimento misto a tristezza, è vero, dal blog di un amico, che Giuliano Ferrara vorrebbe dare a bere l’esistenza di un miliardo e mezzo di cattolici nel mondo; e la cosa mi farebbe normalmente incazzare, sì, perché le cazzate sono una delle poche cose al mondo che hanno ancora il potere di procurarmi rabbia. E mi farebbero pure incazzare tutte le esternazioni che Ferrara o chi per lui non mancherà di fare nei prossimi giorni. Ma non stasera. Perché stasera è altro che mi fa male.
Non è neanche questione di contarli, i cattolici, nel mondo né in Italia; e non tanto perché, a cercare bene, i cattolici corrono il serio rischio di risultare inesistenti; semplicemente perché, con tutta questa storia, i cattolici non c’entrano un cazzo. Come se c’entrasse qualcosa, l’essere cattolici, con l’isteria che sta dietro la “polemica” per la vicenda!
Qualcuno direbbe che potrei essere più costruttivo, nel mio dire, se provassi ad aggiustare la mira provando a dirigerla in direzione del paradosso. Quello che sottende, ad esempio, il teatrino delle vesti stracciate in nome del presunto assassinio della “libertà di parola”; come se io avessi il diritto (e non “fossi libero”, razza di coglioni!) chessò, di intervenire per dire qualsiasi cosa in una qualsiasi inaugurazione di qualsiasi anno accademico in un qualsiasi ateneo italiano. Come quello di cui è intrisa la vicenda di un ateneo chiuso per finta, coi “dissidenti” a fare da contro-blocco ai celerini al cancello centrale e mezzi passanti che entrano dagli ingressi laterali. Già, perché non è che il papa abbia rinunciato spontaneamente alla visita, no. Ha rinunciato in seguito a una contestazione “pacifica”, una “legittima” e “democratica” esplicitazione del “dissenso”. O dopo un imbavagliamento, una privazione delle più elementari “forme di libertà”, non ho capito bene. Forse mi confondo.
Non lo so, magari la questione è personale, ed è legata al fatto che qualcuno a cui voglio bene, indipendentemente dalle specificità, riesca a provare ancora sentimenti a proposito di dinamiche che non riescono più a scuotermi. Magari la questione è personale, e di conseguenza non riesco ad affrontarla con la dovuta lucidità. Ma se non il punto della questione, ho quanto meno individuato, credo, il punto per me, almeno per stasera. Il punto è il dramma. Perché non sono incazzato per la nausea causata dai mezzi di informazione, tra percentuali, papi-messaggeri-di-pace, pene di morte, democrazie, dialettica politica, rispetto-per-l’avversario. Non mi manda in bestia l’ipocrisia del rispetto-per-le-minoranze della domenica e le accuse di minoranza-che-tiene-in-scacco del lunedì. Non perdo le staffe per le puttanate tipo certi discorsi sulla “separazione” del “piano personale” dal “piano politico”. Non sono disperato per sentirmi coinvolto in tutto questo, per esserci dentro fino al collo. Non mi indigno, non più, nemmeno quando tutto questo lo tocco, me lo sento addosso, perché sento che c’è.
C’è, come c’è la gente. Come ci sono le immonde cazzate tipo l’”impegno politico”, la “militanza”, il feticcio dell’”antifascismo”. Come c’è la fregnaccia della “lotta alla precarietà”, come ci sono le “strutture” che mantengono la propria “identità”. Come c’è quello che unisce, la “matrice culturale” comune, l’arcipelago, i “centri sociali”, la “lotta” e l’”impegno”, le “moltitudini”, i “network indipendenti”, quelli che vogliono “riprendersi l’università”, la “protesta” per le “contro-riforme” di Berlinguer e Moratti che finisce con puttanate tipo l’”inflazionamento dei crediti formativi”. Come ci sono le panzane sull’università-come-luogo-di-crescita-e-confronto. Come ci sono le denunce di militarizzazione del suolo dell’università pubblica, accompagnate dalla becera contro-militarizzazione, a suon di striscioni imbecilli, sound e manate nel viso quand’è necessario, dei territori sui quali si vorrebbe esternare il dissenso, simile a quello al quale ieri si reclamava il diritto. “Diritto al dissenso”. Ci sarebbe quasi da farsi scappare da ridere.
Tutto questo c’è, così come ci sono i comunicati e le conferenze stampa, le interviste, le facce da culo, i “pochi facinorosi” dai quali s’è lesti a dissociarsi, i manifesti - oltretutto, ci scommetto, particolarmente imbecilli - strappati, le obiezioni che “noi ci mettiamo la faccia”, che vi credete, “abbiamo dovuto fare così anche con gli anarchici”. Ci mettono la faccia, è evidente. C’è un sacco di roba da perdere.
E così come c’è tutto questo c’è il ripetersi di dinamiche infami che in altri tempi sarebbe stato logico aspettarsi da ben altri ambienti, le liberatorie firmate, spazi mediatici da conquistare coi denti e tenersi stretti, spazi meno mediatici da monopolizzare. C’è una coperta di ipocrisia che sembra impedire di mettere la propria faccia al servizio della propria intelligenza, questioni che s’affrontano solo in privato, come se si corresse il rischio di essere mangiati non si capisce da chi. Come se Francesco Raparelli, la Rete per l’Autoformazione, Uniriot (A.K.A. “la fiera dell’originalità e delle coincidenze”) non fossero persone, di cui e con cui parlare a viso aperto. Cose con cui e per cui litigare, se necessario, o andare oltre, o dove cazzo si vuole, ma dicendo qualcosa; a quanto pare le tracce di questa usanza antica si sono perse definitivamente. Come se certi comunicati li leggessero solo quei quattro gatti che ne parlano tra di loro, al buio, piano piano, manco si invocasse il demonio a parlare a voce alta quanto basta.
Ci sono paragoni imbecilli, riferimenti scomodi, ostentazione della più becera ignoranza dei fatti, delle lacrime e del sangue. Si apre la bocca e si parla, e si dice “sessantotto”, e si dice “settantasette”, come se ci fosse ancora un mezzo grammo di certe spinte propulsive ad alimentare dinamiche riconducibili semmai a una specie di schizofrenico e incontrollabile meedlay di beghe da sottoscala e opportunismo da sala stampa, inarrestabile, sempre diverso eppure eternamente ripetuto.
E domani mi capiterà d’ascoltare di questo. Mi capiterà di sentire (ma non parlare) di un sacco di cose. Da parte di amici, a volte. Di persone che stimo, in qualche caso, e, non ho dubbi, anche di perfetti coglioni. Saranno cose interessanti, magari, o colossali cazzate. Non è che m’aspetti delusioni. Molto semplicemente non m’aspetto un cazzo.
Ed ecco, in questo si configura il dramma, per quel che mi riguarda. L’articolo già citato, se non interpreto male, ne fa almeno in parte una questione generazionale. Secondo me si tratta di una palese cazzata, ma tant’è. D’altra parte a me vanno generalmente poco a genio i discorsi a proposito delle generazioni, e in particolare quelli fatti da chi dentro a una generazione ci sta fino al collo, e volente o nolente ancora ci sguazza. Non credo proprio si tratti di un dramma generazionale. Tempo fa ne avrei probabilmente fatto una questione… antropologica. Il fatto è che, mentre finisco di scrivere, e non ignoro di essere dentro tutto questo fino al collo, mi rendo conto che si tratta di un dramma… mio. Magari qualcuno che legge riesce a percepirne un pezzetto.
Proponimenti
La quinta, ed ultima, maniera per pattare una partita è quella cosiddetta per accordo. Il principio che la giustifica, banalmente, consiste nel concedere ai contendenti la possibilità, qualora si rendano conto di non essere reciprocamente in grado di sconfiggersi, di porre fine al duello di comune accordo, stabilendo un risultato di parità. Sovente i giocatori più smaliziati - o più furbi - esercitano questa facoltà prima di incappare nella regola delle 50 mosse.
Accade tuttavia in qualche occasione che la richiesta di pattare per accordo venga da parte di un giocatore in netto vantaggio, e in questo caso il fatto viene spesso interpretato come magnanimità o pietà, assai più raramente come umiliazione, pochissime volte come malinteso rispetto. In altre circostanze la richiesta perviene da parte di un giocatore in evidente svantaggio, il che viene a volte interpretato come paraculaggine, più spesso come faccia da culo, a volte come disperazione; in qualche caso, raro assai, la richiesta fa riferimento all’assenza di interesse, da parte del giocatore in vantaggio, di aggiudicarsi la vittoria, contrapposta all’evidente bisogno, da parte del richiedente, di non tornarsene a casa con una sconfitta: quest’ultima circostanza viene tipicamente liquidata come immaturità.
Sarebbe comunque consigliabile - ed è generalmente considerato buona norma - evitare di richiedere la patta per accordo senza essere relativamente fiduciosi a proposito della predisposizione dell’avversario: in caso di posizione di vantaggio è alto il rischio di urtarne la sensibilità; se ci si trova in svantaggio, è facile ritrovarsi a custodire gelosamente la scacchiera, coi pezzi ancora tutti disposti, e fantasticare sulla strategia che avrebbe potuto portare alla vittoria, o rodersi il fegato - vuoi per convinzione, vuoi per il gusto della menzogna - per il rimpianto di non aver messo in campo tutte le proprie forze.
Consuetudini
Proseguendo, la patta teorica è un fenomeno che si verifica quando sulla scacchiera non rimangono, a nessuno dei due contendenti, pezzi sufficienti a dare scacco matto all’avversario; per cui, piuttosto che aspettare il limite delle 50 mosse, si preferisce constatare la stasi e risparmiare il tempo, magari per un’altra partita. Ma un modo ancora diverso di pattare è quello per ripetizione di mosse. Si tratta sostanzialmente di far caso alla terza ripetizione, non necessariamente consecutiva, di una stessa posizione sulla scacchiera, e sancire di conseguenza la fine del duello. Qualche giocatore, specie tra i principianti, non s’accorge del teatrino e insiste; e tocca magari all’avversario far notare la circostanza, spesso non senza disappunto da parte del contendente più testardo.
Qualche giocatore sospende di proposito la validità di questa regola, sostenendo che se la partita prevede ripetizioni, ripetizioni devono essere; e preferisce affidarsi a qualche altro vincolo, o all’arrendevolezza dell’avversario, per sancire il termine della partita. Si dice che qualcuno tra questi preferisca, all’avvicinarsi della cinquantesima mossa inutile, arrendersi e spianare la scacchiera, per non dover ammettere di aver fatto il suo tempo.
Movimenti
Negli scacchi, alla cinquantesima mossa senza catture né movimenti dei pedoni, la partita è patta. Succede a volte, specie ai principianti, quando si intuisce una situazione disperata, di disporre al meglio i pezzi che rimangono e ingegnarsi a sopravvivere per i successivi 50 movimenti; capita, a volte, di vedere un re rimasto solo fuggire agli assalti dell’avversario nella speranza di raggiungere il limite. Ma la partita si può pattare anche per stallo.
Lo stallo si verifica tipicamente durante una fase d’assedio. È quella circostanza in cui, con il proprio re in posizione sicura, ci si ritrova a dover fare la propria mossa in una condizione per la quale ogni movimento porterebbe il re in scacco. Sostanzialmente, la partita non è persa; ma una mossa, l’atto stesso di proseguire la partita, porterebbe a mettersi in scacco da soli. E negli scacchi è vietato mettersi in scacco da soli. Negli scacchi il re non si può mica suicidare.
Poco importa che sia perché gli altri pezzi sono bloccati, o perché gli altri pezzi non ci sono neanche più: ciò che conta è che si deve muovere, però non si deve. Non è che l’avversario vinca, in un caso del genere, no. La partita è patta, non vince nessuno; perché gli scacchi non prevedono necessariamente un vincitore. L’unico modo per continuarla, la partita, sarebbe che almeno uno dei giocatori facesse uno, o più, passi indietro. Ma negli scacchi, naturalmente, è vietato tornare indietro. Non è che uno possa cambiare idea, negli scacchi.
